Amatrice, l’emergenza continua

L’emergenza nelle zone terremotate non è conclusa e anche se non sono più sulle prime pagine dei giornali le attività dei soccorritori e dei volontari continuano.

A Torrita, frazione di Amatrice, dove da ottobre si alternano le associazioni della Fepivol, un coordinamento delle organizzazioni di Protezione Civile del Lazio, nella gestione di un campo mensa si è appena concluso il turno settimanale della provincia di Frosinone.

Lungo la Salaria i primi segni del sisma del 24 agosto li troviamo a Posta

un piccolo e antico paese costruito sulle rive del fiume Velino, che da cui prendono il nome le gole create dallo stesso fiume, dove diverse strutture sono state dichiarate inagibile. Proseguendo diventano sempre più evidenti gli effetti del terremoto. È un po’ come la prima volta, a fine agosto, solo che ai campi di soccorso in allestimento si sono sostituiti i cantieri e le roulotte.

Il campo mensa di Torrita

Sulla Salaria a pochi chilometri da Amatrice ogni giorno tra le 200 e le 300 persone tra residenti, operai delle ditte edili, forze dell’ordine e volontari consumano pranzo e cena. Ad ogni pasto è possibile scegliere tra due primi, due secondi e diversi contorni con l’idea di accontentare gusti diversi, non far rimanere senza nulla da mangiare chi ha allergie e intolleranze alimentari e soprattutto nutrire le persone, oltre che sfamarle, perché per stare bene non basta avere la pancia piena, bisogna assimilare sostanze diverse.

Tutto questo è possibile grazie ai cuochi volontari della FIC (Federazione Italiana Cuochi) che a rotazione si allontanano dai loro ristoranti e ad una cucina da campo con tutto il necessario.

 

Ai volontari della Protezione Civile è affidato tutto il resto della gestione del campo: magazzini, la distribuzione dei pasti, la pulizia della cucina, dei bagni e della sala mensa.

Vivere ad Amatrice 

Bagnolo, Amatrice

A due chilometri dal campo c’è un’altra frazione di Amatrice, Bagnolo, da cui vengono alcuni dei residenti che mangiano al campo. È un piccolo borgo, sopra un colle, all’interno del quale non vive più nessuno: l’intero centro è zona rossa.

In molti se ne sono andati, ospiti dei parenti o nelle alternative messe in campo dallo stato. Qualcuno, però, è dovuto rimanere. Queste terre vivono ancora molto di agricoltura e allevamento ed è un po’ complicato per un pastore andare a vivere a decine di chilometri dal proprio bestiame. Queste persone da mesi vivono a ridosso dei loro terreni nelle roulette, nei container o nelle casette di legno.

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Bagnolo, Amatrice

Ogni giorno al campo mensa di Torrita viene uno dei cuochi del ristorante “Roma”, insieme alla sua famiglia, il 24 agosto ha visto crollare sia il posto dove lavorava che la propria casa.

Più avanti, dopo Bagnolo, c’è un piccolo agriturismo, semi distrutto, la proprietaria, con la sua famiglia, ha deciso di rimanere a vivere a San Giorgio, un’altra frazione.

San Giorgio, Amatrice

Sono gli unici residenti della zona insieme ai loro animali, tra i quali un tacchino da guardia, pare che sia più imprevedibile rispetto ad un cane. Ci spiegano come per loro negli ultimi mesi la sfida più grande sia stata il reperimento del fieno per gli animali, le loro scorte sono, ancora, bloccate all’interno del capanno reso inaccessibile dal sisma. Una condizione comune a molti allevatori e che ha spinto diverse associazioni di volontariato a trasportare e distribuire balle di fieno nelle zone terremotate.

Passeggiando per i vicoli di questi centri, ormai disabitati, tra macerie e blocchi di neve ci si riscopre immersi in un irreale silenzio, nessuna voce, nessun dialogo captato passando vicino le finestre o una televisione accesa, neanche le campane della chiesa suonano al cambio dell’ora. Gli occhi non incrociano neanche uno sguardo, un volto ad una finestra: tutto è fermo.

Questa è la sensazione, mista allo stupore, che il tempo si sia fermato. E’ una sensazione orribile perché da l’idea dell’immobilismo, che le giornate passate ad aiutare gli abitanti di queste terre siano inutili perché se persino questo vaso, rovesciato, che non ci vuole nulla a rimetterlo in piedi, si trova ancora così dopo mesi vuol dire che non c’è nessun risultato.

Fortuna che ci sono loro, gli abitanti di Amatrice, a ricordarti che le cose cambiano. Che dalle tende, si è passati ai container, che qualcuno dal container è già passato alla casetta di legno e che altri ci passeranno a breve e che persino nel Paese delle mezze soluzioni i problemi, un po’ alla volta, si risolvono.

Il viaggio di ritorno


Si torna a casa dopo una settimana. Ripartire è sempre un po’ complicato, da una parte il desiderio di rimanere ad aiutare persone che ormai sono tuoi amici, di cui conosci le storie e le loro condizioni, dall’altra la stanchezza, la necessità di ritornare alla propria vita, al proprio lavoro e alla propria casa. Forse proprio questo spinge qualcuno ad andare ad Amatrice, avere un luogo proprio, un paese, e sapere che altri che non ce l’hanno più e un paese ci vuole.

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene. Un paese vuole dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta lì ad aspettarti” – Cesare Pavese

 

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