Storie che non durano. L’amore non c’entra, parlo dei social.

Se avete aperto il link sperando che vi dessi consigli su come rilanciare la vostra coppia mi dispiace, io l’avevo detto. Qui leggerete solo dell’onnipresente funzione “Storie” sui maggiori social.

Snapchat è nato così, un social di sole storie, molto usato dai giovani americani, e quando Mark Zuckerberg non è riuscito ad acquistarlo ha incluso questa funzione prima su Instagram e dopo aver visto che funzionava, piaceva e veniva utilizzata anche su Facebook e Whatsapp. Ora più di un miliardo e mezzo di persone ogni giorno può condividere tutte le storie che vuole e che, però, dopo 24 ore non sono più visibili.

Le storie rispondono, oltre che alla concorrenza, ad un problema per chi gestisce un social network: l’archiviazione dei dati, che ha un costo. Facebook, per esempio, ogni giorno deve immagazzinare cerca 500 terabyte di dati tra foto, video e testi, al contrario, le storie sono archiviate solo per poco tempo e non conservate in eterno. Così ognuno di noi può pubblicare tranquillamente le sue 15 foto di ogni attimo della nostra routine, farlo sapere agli amici e far risparmiare spazio e soldi ai social.

Questo nuovo modo di concepire i social, per me, ha rivoluzionato il senso della fotografia, ed anche dei video, per la prima volta una di quelle che viene definita fonte storica, da cui si può ricavare una conoscenza di un evento e rimane nel tempo come prova, non lo è più, viene meno a questa funzione.

Certo, io sono dell’avviso che le foto, che per noi hanno un grande valore per la nostra memoria e la nostra identità, vadano stampate e che ci saranno sempre foto conservate di un evento però saranno sempre meno le persone che, vedendo i vigili del fuoco operare in un palazzo in fiamme, pubblicheranno una foto sul proprio profilo e sempre di più quelle che pubblicheranno una “storia”, con il risultato di perdere la prova di un fatto.

E’ vero che non tutti noi siamo testimoni di eventi di una certa rilevanza ma non dobbiamo pensare per forza che le foto di quello che mangiamo non interessino a nessuno, perché forse qualcuno fra 200 anni studierà i nostri profili di Facebook, Instagram e Twitter per capire come vivevamo. Un po’ come noi che andando in un museo, insieme alle statue dei grandi condottieri, vediamo gli oggetti della quotidianità che ci raccontano la vita vera di quelle persone.

In tutto questo c’è un po’ d’ironia. Sopratutto che si chiami “storia” una funzione che, dopo 24 ore, gli eventi non li conserva, non li fa ricordare ma li cancella.

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