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Terrorismo. Che fare con le foto che ci mettono paura?

Avrei voluto parlare di altro, del perché ci piacciono di più alcune foto di altre, però le notizie dal mondo e come le affrontiamo mi hanno spinto a pormi questa domanda e provare a cercare una risposta.

Riguarda gli attentanti e più in generale la cronaca nera, qualche tempo fa avevo criticato la scelta di alcuni giornali locali per una foto shock, sul sottile confine di quando una foto o anche un video aggiunge o no qualcosa ad una notizia. E’ un tema che spesso appare nei talk show nelle ore successive agli attentanti, che rimane insoluto perdendosi nei meandri dell’etica professionale e del moralismo e spesso racchiuso in una frase: “Quest’immagine non aggiunge nulla alla notizia”.

Leggendo i commenti sotto i post delle pagine Facebook di alcuni grandi giornali italiani si punta il dito contro le scelte editoriali giudicate come irrispettose verso le vittime, un modo per attrarre più utenti sul sito e addirittura una complicità con gli attentatori perché si pubblicizza il loro massacro, di sicuro c’è qualche piccolo portale d’informazione che vuole fare un po’ di clickbaiting ma è una scelta costante “editoriale” costante, indipendentemente dal tema trattato e che ci nascondiamo dietro tante argomentazioni perché non sappiamo come gestire ciò che ci fa paura.

E’ un po’ difficile sostenere che un video o una foto, che mostra indizi per rintracciare i colpevoli, svela i dettagli e le dinamiche di cosa è successo non debba essere mostrato e non fare parte della notizia. E’ difficile perché ricordo di aver visto infinite volte nei documentari il video che mostra letteralmente un pezzo del cervello di John Kennedy che schizza via dalla sua testa. Quella sequenza non fu mai censurata, non fu nascosta all’opinione pubblica, né descritta a parole e ora quei pochi secondi di video fanno parte del patrimonio della storia contemporanea.

A me non pare, quindi, che il problema che molti hanno con queste immagini sia la loro atrocità, la presenza di sangue e altri dettagli macabri. Ve la ricordate questa foto?

foto-napalm-bambinaorig_main.jpg

Questa foto ormai è pure sui libri di storia delle scuole, quelle dove studiano anche i minorenni, è un’immagine che mostra sofferenza e devastazione. Mi pare, allora, che quello che abbiamo sia un problema con la foto in quanto foto o con il video in quanto video.

Le foto hanno un potere molto forte, perché il linguaggio con cui trasmettono i messaggi è molto diverso da quello delle parole,  lo stesso che usano gli spot televisivi per spingerci ad acquistare un prodotto ma c’è una bella differenza con i messaggi delle foto shock ed è un linguaggio difficile da leggere, decifrare e usare in questi casi.

Così preferiamo non vedere queste immagini, usare solo le parole e sono abbastanza le foto non servono e le uniche pubblicate hanno un valore solo decorativo, che appunto non aggiungono nulla alle parole già lette, sono immagini che servono a dare un po’ di colore, un tono di professionalità e movimentare la pagina, magari sono foto generiche, d’archivio o che non hanno nulla a che vedere con la notizia.

Le foto, come già detto, però hanno un linguaggio diverso a quello delle parole e come tutti i linguaggi diversi non sono sovrapponibili, anche se trattano lo stesso evento. Le immagini aggiungono sempre più dettagli di quelli che si possano scrivere, quindi si, ogni foto aggiunge qualcosa alla notizia e soprattutto non si rivolgono al nostro lato razionale, come un testo scritto, indipendentemente dallo stile usato.

Le immagini spingono ad immedesimarci, a sentire sulla nostra pelle quello che vediamo, a provare empatia ed avere paura. Secondo voi è uguale leggere “Esplosione in un centro commerciale” e vedere una foto di quell’esplosione?  E’ uguale sentire in televisione “Affondato barcone a largo di Lampedusa, dispersi 200 migranti” e vedere le immagini dei corpi galleggianti o dei naufraghi salvati?

Per ogni notizia, abbiamo bisogno sia delle parole che delle immagini, dobbiamo evitare di censurare le immagini per moralismo, per paura delle reazioni o impotenza davanti a ciò che vediamo.

Leggere attraverso le immagini e le emozioni che scaturiscono, dovrebbe far parte della nostra libertà d’informazione anche quando una foto, come Medusa, guardandola ci pietrifica.

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5 pensieri su “Terrorismo. Che fare con le foto che ci mettono paura?

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